“Accordeon” par Michèle Cournoyer, 2004

accordeon

mi sembra che questo bel cortometraggio abbia la stessa, complessa empatia con la condizione umana del libro di Proust.

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Problemi del post mortem

Ma, siccome vorremmo astenerci da ogni infedeltà, per segreta che sia, temendo che colei che amiamo non se ne astenga, così ero atterrito al pensiero che la nonna, se i morti vivono in qualche luogo, sapeva che l’avevo dimenticata, quanto Albertine sapeva che la ricordavo. E, tutto sommato, anche per la medesima persona morta, si è proprio sicuri che la gioia che si avrebbe a sapere che essa sa certe cose controbilancerebbe lo spavento di sapere che le sa tutte? E, per quanto sia sanguinoso il sacrificio, non rinunceremmo talvolta a conservare come amici, dopo morti, coloro che abbiamo amati, per paura di doverli avere anche come giudici?

La fuggitiva, pp. 99-100.

ritagliare le nostre attese (preghiera).

Forse non potrò mai più mangiare. Forse questo non mi dispera poi tanto.

Si crede che si potranno mutare a piacere le cose intorno a noi; lo si crede perché, fuori di questa, non si scorge nessun’altra soluzione favorevole. Non si pensa a quella che più spesso si avvera e che è, anch’essa, favorevole: noi non riusciamo a mutare le cose conforme al nostro desiderio, ma poco a poco il nostro desiderio muta. La situazione che desideravamo mutare perché insopportabile ci diviene indifferente. Non abbiamo potuto sormontare l’ostacolo, come volevamo assolutamente, ma la vita ce lo ha fatto aggirare, oltrepassare; e facciamo fatica allora, se, volgendoci verso le lontananze del passato, riusciamo a scorgerlo, tanto è diventato impercettibile.

La fuggitiva, p. 38.

Come un libro.

Dal momento in cui mi svegliavo, e riprendevo la mia pena al punto dove l’avevo lasciata prima di addormentarmi, come un libro chiuso per un momento e che non mi lascerebbe più fino a sera, (…).

La fuggitiva, p. 36

Ritorna il refrain amore-pena, arricchito dal fatto che quella pena è «come un libro», è questo libro – l’enorme uovo doloroso.

Sapevo che non si può leggere un romanzo senza conferire all’eroina i lineamenti dell’amata. Ma, per quanto il libro sia a lieto fine, il nostro amore non ha fatto un passo più innanzi, e, quando abbiamo chiuso il volume, colei che amiamo e che, nel romanzo, ci è venuta incontro non ci ama, nella realtà, più di prima.

La fuggitiva, p. 39

L’epicureo e il piacere.

Non s’offre

per non soffrire.

L’amor proprio.

Ho ereditato da mia nonna la caratteristica di mancare talmente di amor proprio da rischiare di mancar facilmente di dignità.

La prigioniera, pp. 303-304.

«veto» nel francese della Recherche.

Vous pouvez donc l’inviter, j’autorise, mais je frappe de mon veto tous les autres noms que vous me proposez. Et vous me remercierez, car, si je suis expert en fait de mariages, je ne le suis pas moins en matière de fêtes. Je sais les personnalités ascendantes qui soulèvent une réunion, lui donnent de l’essor, de la hauteur ; et je sais aussi le nom qui rejette à terre, qui fait tomber à plat.

«Je frappe de mon veto», «colpisco col mio veto» (La prigioniera, 241-242): dove scopro che l’italiano veto è in realtà il latinissimo verbo – un po’ come dire «e basta coi tuoi miserere!» e che è quindi opportuno, ad esempio, usarlo indeclinato al plurale («colpisco coi miei veto).

Questi ritrovamenti nel grande lago della narrativa di Proust mi ricordano quel gioco di Zelda (Phantom Hourglass o Ocarina of Time?) in cui la navigazione su una barchetta ha come obiettivo localizzare e tirare su occasionali gemme, rupie o che altro.

Prova comportamentale della metempsicosi. Morte di Bergotte.

Un nuovo colpo lo abbatté, egli rotolò a terra, accorsero tutti i guardiani e i visitatori. Era morto. Morto per sempre? Chi lo può dire? Certo né le esperienze spiritiche né i dogmi religiosi provano la sopravvivenza dell’anima. Solo, si può dire che nella nostra vita tutto si svolge come se vi entrassimo con un carico di obblighi contratti in un’esistenza anteriore. Nelle condizioni della nostra vita su questa terra, non c’è nessuna ragione perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a esser delicati, e persino cortesi, o perché un artista si senta in dovere di rifare cento volte un «pezzo» (…), destinato a suscitare un’ammirazione che importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi. Tutti questi obblighi, i quali non trovano sanzione nella vita presente, sembra appartengano a un altro mondo, fondato sulla bontà, lo scrupolo, lo spirito di sacrificio; un mondo interamente diverso dal nostro e di dove usciamo per nascere a questo, e nel quale ritorneremo forse a vivere sotto l’imperio di quelle leggi ignote cui abbiamo obbedito perché ne rechiamo in noi l’insegnamento, senza sapere chi le abbia formulate: quelle leggi cui ci ravvicina qualsiasi lavoro profondo dell’intelligenza e che rimangono invisibili soltanto agli sciocchi (e forse non solo a essi). Perciò, l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non è del tutto inverosimile.

Generalmente le donne

Generalmente le donne sembrano tanto più vecchie quanto più antiche sono le loro fotografie.

La prigioniera, p. 211.

La diversità delle esperienze, dei destini: miliardi di diversi risvegli

La morte di Swann! In questa frase, Swann non ha la funzione d’un semplice genitivo: intendo dire la morte speciale, la morte inviata dal destino al servizio di Swann. Noi per semplificare diciamo: «la morte», m di morti ne esistono tante quante le persone umane.

La prigioniera, p. 206.

In un punto appena precedente, che non riesco a trovare, che ho appena ritrovato!, Proust si sofferma su un’altrettale differenza fra le esperienze di risveglio, singolari e proprie a ogni essere umano:

L’universo è vero per tutti noi e dissimile per ciascuno. Se, per le necessità del racconto, non fossimo costretti a limitarci a ragioni frivole, quante altre, molto più serie, ci permetterebbero di dimostrare la menzognera tenuità dell’inizio di questo volume, in cui ascolto, dal mio letto, il mondo svegliarsi ora con un tempo, ora con un altro! Sì, ho dovuto attenuare la cosa e mentire: giacché non un solo universo, ma milioni di universi, quante o quasi sono le pupille e le intelligenze umane, si svegliano ogni mattina.

La prigioniera, pp. 196-197.